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martedì 6 novembre 2012

IL RESPIRO DEL TEMPO


IL RESPIRO DEL TEMPO
Ci sono luoghi che non sono solo fisici ma spazi dell’anima, dove si può ascoltare se lo si vuole veramente,  il respiro del Tempo.
La Sicilia barocca di Caltagirone, Vizzini, Ragusa Ibla, è uno di questi luoghi.
Ecco la notte magica di Caltagirone dove la Storia si impiglia fra le lastre di basalto delle strade, fra i palazzi baronali e le chiese barocche dall’aspetto magico e inquietante.



E che dire poi del tempo sospeso di Vizzini fra le cui strade Verga Immaginò forse ispirandosi a fatti realmente accaduti la sua celebre novella “La Cavalleria Rusticana”?


Ancora oggi la casa di Verga si affaccia sulla piazza con le sue pietre corrose dal tempo e dall’incuria...
Ogni strada, ogni vicolo, ha impresso il segno della storia, e il tempo sembra scorrere più lentamente con ritmi del tutto diversi e particolari.
C’è è una bellezza decadente in queste case più o meno ben conservate, nei palazzi baronali che sembrano ancora risuonare degli antichi fasti. Chiudendo gli occhi potremmo immaginare dame dai vestiti eleganti  e gentiluomini con tuba e bastone prepararsi a salire su ricche carrozze guidate da austeri cocchieri, pronte a varcare gli antichi ed ampi portoni.


E nei vicoli le case basse del popolo, le botteghe degli artigiani, donne e uomini davanti alle porte impegnati nel vivere quotidiano...



E quelle chiese bellissime, ricche di fregi, di marmi e di statue, svettanti contro il cielo a magnificare la grandezza di Dio...
Ineguagliabile è il fascino malinconico di Ibla con la sua grande piazza su cui domina maestosa la cattedrale, altissima e bellissima..
.

La Sicilia barocca è un museo a cielo aperto che il mondo ci invidia.



Una ricchezza che ci appartiene con cui pochi Paesi per non dire nessuno, può competere.
Una bellezza che noi sconosciamo, trascuriamo, roviniamo, cercando inutili e impossibili traguardi in settori in cui saremo sempre perdenti.
Mi è difficile capire perché l’Italia e la Sicilia in particolare non investano sulle bellezze architettoniche e paesaggistiche, sul turismo e sulla cultura. E non dico ora  che attraversiamo questa crisi epocale, ma da sempre.
C’è una insensibilità diffusa nelle classi dirigenti e nella gente stessa.
I nostri centri storici stanno morendo. Spariscono le piccole botteghe artigiane, i negozietti, perfino i bar. Gli anziani chiudono l’attività perché non riescono a sostenerne i costi e non ci sono giovani disposti a continuarla. La generazione così detta “produttiva” se ne va, lasciando dietro di se solo vecchi e giovanissimi.
La vita ha lasciato i centri storici ai sempre più rari turisti stranieri per i quali resistono solo negozietti di souvenir.
I centri commerciali sono diventati i parchi giochi del nuovo millennio.

Cattedrali nel deserto del consumismo, dove gente sempre più annoiata si rifugia per fare scorrere il tempo.
Centri commerciali tutti uguali che vendono praticamente le stesse cose disposte nello stesso modo, con parcheggi megagalattici sovradimensionati che danno il senso dello squallore di quest’epoca senza sogni e senza ideali.
La speranza langue fra le braccia conserte di commesse e commessi inoperosi fra avventori che passeggiano guardando con poco interesse senza comprare nulla.
Tutto questo lascia al viaggiatore un senso di insopprimibile malinconia. di spreco a cui non c’è rimedio. E noi siamo ancora fortunati di poter apprezzare tutte queste cose destinate a scomparire e a deteriorarsi. I nostri figli, i nostri nipoti ai quali non siamo riusciti a trasmettere il gusto e l’interesse per tutto questo, per la bellezza della Storia e della Cultura non avranno neanche queste vestigia, ma solo il mondo virtuale e arido dei video giochi e di internet.

giovedì 25 ottobre 2012

IL GIORNO DELLA FESTA


C’era fermento in Paese. 
Bianchi grovigli di ovatta macchiavano l’azzurro irreale di quel cielo di Ottobre.
Tutti aspettavano la festa della Madonna Scalza, giorno in cui il borgo si sarebbe riempito di pellegrini e turisti venuti da ogni dove. Ci sarebbero state le funzioni religiose, i fuochi d’artificio, le bancarelle con lo zucchero filante e le caldarroste. E poi ogni tipo di venditore ambulante.
Le strade sarebbero state invase da rumore, colori e chincaglierie di ogni genere.

Il clima era inspiegabilmente caldo per la stagione. Sembrava di essere all’inizio dell’estate invece che alle porte dell’inverno.
“ E così, chissà se potrò indossare quella giacca nuova che mi costò un occhio della testa!” Pensava la vedova Gesualda Mai, accarezzando con un gesto quasi lascivo, la morbida superficie della giacca di kashmir che aveva acquistato solo la settimana prima.
Ci teneva tanto! La funzione religiosa, la processione, sarebbero state occasioni di incontri con le amiche che certamente gliel’avrebbero invidiata.
Gesualda usciva poco. Si sentiva sola ma non l’avrebbe mai ammesso. Come non avrebbe mai ammesso che sentiva la mancanza non di suo marito, di cui conservava un pallido ricordo, quanto di un uomo nel letto.
Era una donna piacente, dal sangue vigoroso con piccoli occhi di furetto e un sorriso gelido sulle labbra sottili.
Aveva quell’età in cui i piaceri della carne non sono ancora un ricordo ma spine acuminate nella carne viva.
Il Cardinale Spano malediceva il giorno che aveva deciso di tornare al paese per vendere la casa paterna. Anche pochi giorni di assenza da Roma e quella massa di sciacalli che infestavano il Vaticano avrebbero certo complottato contro di lui.
D’altra parte la casa stava cadendo a pezzi, meglio sbarazzarsene il prima possibile. Suo fratello buonanima, non aveva fatto niente per fermare gli sfracelli del tempo. Un buono a nulla, suo fratello! Trent’anni a fare l’impiegato dell’anagrafe in quel buco, mentre avrebbe potuto raggiungerlo a Roma dove lui avrebbe saputo come fargli fare carriera.
Si era ostinato a rimanere al paese e sposare l’amore di una vita, una ragazzetta incolore che conosceva dalle elementari.
Il cardinale guardò il suo segretario particolare che l’aveva accompagnato. Avrebbe potuto forse incaricare lui invece di precipitarsi egli stesso.
Scosse la testa. Quella piccola serpe che si allevava in seno! Ci scommetteva che non avrebbe mosso un dito di fronte alla sua eventuale rovina. Era un arrivista senza scrupoli, il segretario particolare. Ma era bello. Il più bell’uomo che avesse mai visto e al cardinale piaceva circondarsi di bei ragazzi…
“ Bisognerà che vada a trovare mia cognata!” Pensò il cardinale, prima di ricordare che lei era morta l’anno prima di un male incurabile.
Era sempre stato così. Non aveva mai trovato il tempo per allontanarsi da Roma e andare a trovare la famiglia. Li aveva perduti tutti ad uno ad uno nel passare degli anni senza aver mai trovato il tempo e la voglia di salutarli per l’ultima volta.
Alzò le spalle irritato a quel pensiero.
Il Sindaco era molto soddisfatto di se. La festa prometteva di riuscire bene. Aveva preparato anche festeggiamenti a sorpresa per la visita al paese natio del cardinale Spano, dopo trent’anni che mancava.
Sarebbe stato un anno memorabile, lo sentiva. Per lui lo era sicuramente. Da pochi mesi aveva una relazione clandestina con una ragazza molto giovane figlia del suo più caro amico.
Si poteva dire che l’aveva vista nascere Camilla. Mille volte l’aveva tenuta sulle ginocchia.
Ma poi lei era cresciuta. Lunghi capelli chiari, occhi che sembravano schegge di cobalto e un corpo indimenticabile.
Aveva un modo di guardarlo, così in tralice, la testa piegata sulla spalla, lo sguardo obliquo e malizioso che lo faceva sentire…vivo.
In realtà non era accaduto poi molto fra loro. Qualche passeggiata in macchina, qualche bacetto a fior di labbra, qualche palpatina…ma lei ci stava era chiaro. Solo che fino a quel momento gli era costata un mucchio di soldi in piccoli regali. Questi giovani d’oggi! Semplicemente fissati con le firme.
Giovanna era innamorata. Lo era da mesi. E “lui” non lo sapeva.
Lo guardava da lontano struggendosi, senza trovare il coraggio di fargli capire…solo qualche parola di sfuggita e sorrisi. Sorrisi che rischiaravano il buio e di cui lui neanche si accorgeva.
“ Domani! Nella confusione della festa, farò in modo di passargli vicino, di sfiorarlo…” Si diceva.
E ripetendoselo cercava di trovare il coraggio di affrontare il dolore di un eventuale rifiuto.
Giovanna si passò le mani nei capelli che aveva folti e ricci con riflessi d’oro. Era bella, ma non lo sapeva. La solitudine e la paura avevano scavato solchi di tristezza nella sua vita…
Lui aveva uno sguardo lontano e luccicante, una bocca sottile un corpo snello e scanzonato.
A vederlo arrivare da lontano, il cuore di Stella si riempiva di luce, ed era una luce accecante che spegneva ogni colore intorno. Viveva aspettando di vederlo spuntare, di incontrare il suo sguardo morbido e caldo. Fra loro non una parola e Giovanna si arrovellava per trovare il modo di capire, di sapere se anche lui…
“ Sarà per oggi! Lo sento. Oggi troverò il coraggio di dirglielo. Oggi o mai più…”
  La mattina della festa, faceva caldo. Una caligine densa copriva i tetti delle case, smorzando i colori di quel tardo autunno che sembrava estate. Nell’aria immobile un’inspiegabile latrare di cani feriva il silenzio punteggiato dai rumori attutiti dei preparativi della festa.
Il sole era circondato da un alone rosso che non si era mai visto.
La vedova Gesualda, imprecò: “ Non potrò indossare quella maledetta giacca. Fa troppo caldo, accidenti!” E scelse un tranquillo completo di lino grigio che la invecchiava.
Impettita e di cattivo umore uscì di casa per recarsi alla Funzione religiosa. Una zingara all’angolo della strada, si offrì di leggerle la mano. La scacciò con un cenno indispettito. Solo quello ci mancava!
Camilla indossò la gonna più corta che riuscì a trovare, e una maglietta stretta che metteva in evidenza i piccoli seni. Suo padre la guardò con uno sguardo severo, ma lei non gli diede importanza. Era tanto oramai che non lo ascoltava più.
Si chiese se Franco quel giorno le avrebbe chiesto di più. Forse avrebbe potuto tenerlo a bada ancora un pò. Non era certo la verginella che lui credeva, e il sindaco come uomo non era brutto, ma era così vecchio. Magari non lo era davvero, ma a 16 anni i quarantenni sembrano decrepiti.
L’amico di suo padre! Chi l’avrebbe detto. Ma ricordava quando lui aveva tentato di baciarla nell’ascensore e non era certo un bacio casto! E allora aveva 13 anni! Ricordava ancora bene la vergogna, il ribrezzo…Ora era diverso. E poi lui le faceva regali. Ma si, che importanza poteva avere? Sempre meglio di farsi palpeggiare dai compagni di scuola, bavosi e inetti che non pensavano ad altro che mettere le mani sotto le sue gonne.
“ Basta! Ancora un giorno e parto. Venire qui è stata un’idiozia. Come se avessi potuto vendere la casa in due giorni! E all’agenzia potevo rivolgermi anche da Roma.” Pensava il Cardinale, mentre faceva colazione al bar dell’ hotel seduto di fronte al suo segretario.
“ E questo poi che non mi tiene informato! Non fa che telefonare con quel suo dannato cellulare! A chi telefona? Sicuramente sta preparandosi a farmi le scarpe!” questo pensiero gli tolse di botto l’appetito. Allontanò il piatto e si alzò dal tavolo.
“ Andiamo Don Pietro, è tardi e devo prepararmi per dire messa!”
La piazza era gremita mentre il pomeriggio scivolava nella sera. Tutti erano satolli di grandi abbuffate, di calia mangiata passeggiando sul corso. Famiglie coi vestiti della festa, bambini vocianti, innamorati eternamente avvinghiati, tutti aspettavano i fuochi d’artificio che avrebbero chiuso la giornata.
La processione della Madonna scalza che dal santuario aveva portato la santa statuetta lungo tutte le strade del paese era stata sontuosa.
Forse per la presenza del cardinale, c’era stata un’affluenza record. Perfino Scalise il cronista del quotidiano locale vi aveva partecipato. Il sindaco in prima fila con la fascia tricolore era più tronfio di un pavone.
Anche Amed era felice. Aveva venduto tutta la sua mercanzia. Inutili chincaglierie che di solito nessuno comprava. Quella notte Mustafa il suo padrone non avrebbe avuto di che adirarsi.
E magari gli avrebbe lasciato nelle tasche qualcosa di più di quei pochi euro che di solito gli dava.
Amed aveva fame, il suo stomaco gorgogliava, continuamente stimolato dagli odori delle bancarelle di salsicce fritte e di caldarroste.
Dalla mattina solo una misera brioche. Chissà se avrebbe potuto comprarsi un panino. Magari Mustafa non se ne sarebbe nemmeno accorto e anche se fosse? Più che picchiarlo non poteva fare…
Il cardinale era stanco e vagamente nostalgico. Le palpebre pesanti gli scendevano sugli occhi lacrimosi. Tutte quelle chiacchiere, tutti quei discorsi e quel pallone gonfiato del sindaco con i suoi stupidi festeggiamenti. Aveva nostalgia dei suoi appartamenti a Roma, delle sue abitudini, di tutti i suoi libri. Chissà cosa avrebbe pensato la sua povera madre a vederlo adesso. Lei una povera contadina analfabeta. Ricordava ancora le sue mani ruvide e grossolane che sapevano di liscivia e di fatica. Ricordava i suoi occhi lucidi e commossi quando si era fatto sacerdote. Se ne stava impettita nel suo vestito della festa e nelle mani stringeva il rosario…
“ Come mi sento stanco! Che idiozia venire in questo dannato paese…”Continuò a camminare, i passi sempre più pesanti, verso l’albergo. Del Segretario particolare nessuna traccia, chissà dove era finito. Fin da subito si era eclissato nella folla e non l’aveva visto per tutto il giorno.
E che caldo infernale! Nonostante fosse notte, l’aria era pesante e densa. Immobile e inquietante.
Giovanna aveva il cuore pesante. Nel suo vestito più bello non l’aveva incontrato.
Semplicemente non c’era e la festa era all’improvviso diventata un’inutile accozzaglia di rumori e di odori sgradevoli. Non aveva ascoltato i discorsi sciocchi delle amiche, gli occhi a perlustrare la folla in un’inutile ricerca. Ora la serata era finita. Restavano soltanto i fuochi d’artificio.
Strinse le mani a pugno nelle tasche e sentì che non c’erano speranze, né mai ci sarebbero state. Lui era irraggiungibile per i suoi desideri e così le sue sciocche speranze si sbriciolarono scricchiolando come i gusci delle nocciole sotto la suola delle sue scarpe.
La piazza era gremita a notte inoltrata. Tutti aspettavano i fuochi col naso all’insù. Sorrisi e chiacchiere, sguardi corrucciati, frustrazioni e gelosie, rabbia e invidia, felicità e noia…ognuno nascondeva il suo particolare segreto. E tutti pensavano al domani, a quello che avrebbero fatto e detto, ai loro desideri e alle loro delusioni. E questi pensieri erano come una caligine che si addensava nell’aria pesante mischiandosi alla polvere delle strade che impregnava ogni cosa.
Il primo botto fu potente.
Sembrò che il cielo dovesse squarciarsi e la strada si mise a tremare come sotto l’urto di una mano gigantesca. La gente si guardò l’uno con l’altro stupita. Poi tornarono a guardare il cielo aspettando di vedere le mille faville colorate disporsi in disegni astratti e concentrici…ma il cielo era rosso come fuoco e il mare oltre le case mugghiava come un urlo che squassava la notte…

Il terremoto fu tremendo. Le case crollarono una dopo l’altra come castelli di carte. Enormi voragini si aprirono nelle strade e l’intera piazza fu inghiottita dalla bocca dell’inferno.
Giovanna fu la prima a  sprofondare e l’ultima cosa che disse fu il suo nome.
Il Cardinale era steso sul letto quando tutto avvenne. Gli sembrò che la volta della stanza scendesse lentamente su di lui come il coperchio di una bara…
“ Non avrei mai dovuto tornare.” Si disse e fu l’ultima cosa.
La vedova Gesualda Mai, quando la trovarono, stringeva fra le mani la sua giacca di kashmir. Sul viso aveva un’espressione stupita e anche leggermente divertita che non avrebbe perso per l’eternità.
Il sindaco stringeva fra le braccia il corpo di Camilla che aveva la consistenza di una bambola di pezza. L’aveva cercata appena si era liberato di amici e conoscenti, appena prima dell’inizio dei fuochi. L’idea era di accompagnarla a casa e approfittare dell’occasione. Magari un giro lungo, fuori dal clamore della festa. Gli era sembrato di vederla tra la folla, ma poi era successo tutto…
A Camilla non aveva più pensato. Si era precipitato a cercare la sua famiglia dispersa fra le bancarelle del viale. Sua moglie con la stupida mania di comprare inutili sciocchezze e suo figlio fermo davanti a qualche bar con una lattina di birra in mano…
Sua moglie la trovò quasi subito, spaventata ma viva, schiacciata contro una bancarella rovesciata dalla folla terrorizzata e in fuga. Suo figlio li raggiunse poco dopo, chiamato sul cellulare.
Era istupidito, chissà se per lo shock o per la birra bevuta. Tutto intorno non c’erano che cumuli di macerie e un buio assoluto essendo andata via la luce. Non riuscivano ad orientarsi per trovare quella che era stata la loro casa. Come automi vagavano in un paesaggio che sembrava lunare, ora che si erano persi tutti i consueti punti di riferimento.
E così fu che trovarono Camilla. Se ne stava accucciata a ridosso di un muro che miracolosamente era rimasto in piedi. Ma i calcinacci l’avevano colpita alla testa uccidendola.
Il Sindaco la prese fra le braccia quasi fosse una bambina, e in effetti ancora lo era…
 Un’alba livida accolse l’arrivo della protezione civile. Fra le macerie, sparuti gruppi di sopravvissuti si aggiravano come automi. Altri scavavano a mani nude o con mezzi di fortuna.
Amed aveva fame. Aveva gli occhi e la bocca pieni di terra ma era vivo.
Il palco dove aveva suonato la banda in piazza, l’aveva miracolosamente protetto dai crolli. Cercò di muoversi. Per fortuna non aveva niente di rotto. Chissà per quanto tempo era rimasto svenuto. Però si sentiva felice. Felice di essere vivo. Di non avere perso nulla, perché Amed non aveva nulla da perdere, se non la vita e quella l’aveva salvata.
Si guardò intorno. Non c’era altro da fare oramai che andare via di li il prima possibile.
Non poteva certo rischiare che qualcuno, pur in quella situazione scoprisse che era un clandestino!
Infilò le mani nelle tasche alla ricerca dei pochi euro che aveva guadagnato il giorno prima.
Per fortuna c’erano tutti. Sarebbero bastati per i prossimi giorni fino a che non avesse trovato un altro Mustafa. C’erano sempre altri Mustafa nella vita di ragazzi come lui. Perché quello era il suo destino e lo sapeva. Il domani era soltanto un altro oggi, e sogni e desideri erano inutili come la polvere che penetrava nelle sue scarpe rotte mentre si allontanava…

domenica 14 ottobre 2012

SE SOLO NON FOSSE COSI’ BUIO




"Se solo non fosse così buio!"
 Pensava la donna. Ma c’era un sole freddo da giornata d’inverno. C’era un sole freddo e una strana aria immobile come di attesa.
Lui nella stanza vicina stava dormendo. Sembrava così innocuo in quel momento come un bambino troppo cresciuto.
La donna aspettava. Aspettava che si svegliasse. Perfino nel sonno la presenza di lui era incombente e la paralizzava.
Sembrava così facile fare qualunque cosa, prendere un libro ascoltare la musica.
Sembrava così facile vestirsi ed uscire per una passeggiata oppure telefonare ad un’amica.
Sembrava…eppure se ne stava li ferma a non far nulla, le mani in grembo, paralizzata dall’attesa che lui si svegliasse.
Come se lui anche nel sonno la stesse osservando, ne stesse controllando i movimenti e perfino i pensieri.
Se solo non fosse così buio, continuava a ripetersi e si sentiva un freddo nel profondo delle ossa, come una lama di gelo che le tagliava l’anima a fettine sottili e trasparenti dove la sua immagine si sbriciolava in minuscoli frammenti.
La paura si nascondeva sotto la maschera rassicurante di una esile ansia che le sembrava facile padroneggiare, mentre non si accorgeva che come un sottile veleno le stava togliendo la vita.
Lui aveva quel modo di chiuderla in una prigione di silenzi minacciosi e ostili oppure di usare le parole per confonderla.
Parole che non dicevano nulla, che si aggrovigliavano in discorsi privi di ogni logica ma dette talvolta con tono tranquillo, quasi rassicurante perché lei non si accorgesse che in esse mancava anche l’ultima parvenza di razionalità.
E quando la logica sparisce allora tutto diventava possibile anche che dietro a quello sguardo chiaro e impenetrabile si potesse nascondere chissà quale fantasma, chissà quale ossessione.
E poi quegli scoppi di ira improvvisa e immotivata, impossibili da prevedere, impossibili da evitare.
Bastava una parola sbagliata, un gesto da nulla e lui smetteva la sua maschera di ipocrita tranquillità per trasformarsi nel carnefice che godeva a torturarla.
E non serviva blandirlo, né assecondarlo. Non serviva cercare di instaurare con lui un minimo di confronto. Era sempre il medesimo gioco crudele.
Certo lui non alzava le mani su di lei…non ancora…bastava a soddisfarlo tenerla sempre sotto quella pressione continua di quella tranquillità apparente che per un nulla poteva trasformarsi in tempesta.
Ma non la lasciava andare. Non l’avrebbe fatto mai.
La donna se ne stava seduta nella stanza dove il sole aveva lasciato il posto all' oscurità che scendeva lenta e densa come fango.
Fango sopra i pensieri, fango sopra le parole irrigidite, sopra i gesti disfatti.
Se ne stava seduta e aspettava che lui si svegliasse. Che avrebbe detto ancora? Con quali parole avrebbe ricominciato a tormentarla?
O forse avrebbe finto di essere normale di fare discorsi normali, gesti normali.
Il tanfo della morte aleggiava nell’aria.
La morte dell’amore, del rispetto, dell’affetto.
Restava soltanto il cadavere putrefatto della loro storia comune, dei progetti comuni che il tempo aveva trasformato nella catena del loro reciproco rancore.
E lei perdeva se stessa ogni giorno di più, non riconoscendo in quell’essere pavido e debole in cui lui l’aveva trasformata, la donna che credeva di essere e forse era stata.
E le sembrava quasi di meritare tutto quel dolore, tutto quel disprezzo come se lei fosse stata una povera cosa e non una persona degna di essere rispettata se non amata.
Lui era così freddo! Dentro non aveva nessun calore ma solo quella rabbia gelida che traspariva dal tono della voce, dallo scatto rabbioso dei gesti, ma lei non si ribellava se non con scoppi di rabbia sterile o lunghissimi discorsi inutili.
Perché lo lasciava fare, perché non riusciva a trovare la forza il coraggio di dare un taglio netto a quell’agonia?
Lui aveva il potere di toglierle la vita e darle nel contempo un momentaneo sollievo.
Lui aveva il potere che lei gli dava di manipolarla attraverso la paura che le incuteva, facendola sentire in una trappola senza via di uscite, dove la trappola era lei stessa, la sua parte impaurita e vigliacca.
E attraverso quella paura sottile che le istillava ogni giorno, la faceva sentire sempre più indegna, sempre più inferiore, sempre più inetta.
Nel buio della stanza, lei sentì i passi di lui che usciva dalla stanza.
Il cuore cominciò a batterle come se volesse scoppiarle nel petto e lei sentì la disperazione assoluta dell’animale che sta per essere ghermito dalla fiera.
Se almeno non si fosse svegliato, se almeno avesse dormito per sempre!
Sarebbe stato più facile ucciderlo che lasciarlo. Lui aveva il potere del bene e del male, della vita e della morte.
Se solo non fosse così buio! Continuava a ripetersi la donna e chiuse gli occhi per non vederlo, e si mise le mani alle orecchie per non sentirlo e non sentire quel gelo che le spezzava le ossa, e la vita…

venerdì 12 ottobre 2012

MIA MADRE


La vita non ha senso. Anzi è la vita che ci da un senso. Sempre che la lasciamo parlare. Dobbiamo ascoltarla la vita. (Alda Merini)

Oggi sarebbe stato il compleanno di mia madre. Avrebbe compiuto 89 anni...Ma anche la vita più lunga è un soffio di vento sulla superficie impassibile del tempo.

Dicono che chi sta per morire lo sappia,  e comunque lo senta e lasci piccoli segnali intorno a se per non lasciare i suoi cari impreparati, se solo loro volessero vederli…
Ma non lo vogliono. Nessuno vuole mai accorgersi che la morte è lì nella stanza e sussurra negli orecchi col suo alito gelido.
Chissà mia madre che pensava e che sentiva nei suoi ultimi giorni.
Si era perfino dimenticata il mio nome, aveva smarrito tutti i ricordi e la vita era per lei oramai solo un insieme di momenti  sospesi sul nulla.
Forse per questo non le dispiaceva di lasciarla, la vita, anzi ne era contenta nel tormento umiliante delle sue giornate, immerse nel grigiore della cecità e nell’immobilismo delle sue gambe inutili.
L’aveva attraversata, la vita, in punta di piedi, sconosciuta a se stessa e agli altri, immagine di donna di altri tempi, appena scalfita dalla storia, e così non la rimpiangeva, la vita, come non si rimpiange ciò che non si è mai conosciuto.
Negli ultimi tempi diceva spesso che non capiva come avesse potuto vivere così a lungo, e non lo capiva davvero, incredula di fronte all’incredibile tenacia della Vita, aggrappata alle sue vecchie ossa rattrappite, nascosta dietro l’opacità cerulea dei suoi occhi lacrimosi.
Io stessa non riuscivo ad immaginare in lei la donna che era stata durante gli anni della sua lontanissima giovinezza, se non ci fossero state a testimoniarlo, antiche foto color seppia nelle quali splendeva con quella sua bellezza eterea e dolce che io non ho ereditato e che il tempo e lei stessa si incaricarono di distruggere nei lunghi anni di una vecchiaia implacabile.
Non l’ho mai conosciuta davvero, tanto era riservato il suo carattere e i suoi pensieri nascosti al mondo e forse perfino a se stessa. Il suo mistero l’ha portato con se così come il suono della sua voce elegante e misurata, dolce nel suono e nelle parole.
Fra le vecchie foto che possiedo, ce n’è una che mi piace guardare. Ecco una grande tavolata: a capo tavola i miei nonni, ripresi nella loro fiorente e ancora vigorosa maturità, affianco a loro lo zio, le zie con i loro giovani mariti, poi ancora mio padre con la sua bellezza scura e sfacciata di ragazzo poco più che ventenne, e mia madre rigogliosa e bella, che ride…
Mai ho visto ridere mia madre, così di gusto come fa in quella foto. Nei miei ricordi non c’è quella luce che le brilla negli occhi, né quelle fossette maliziose che le adornano le guance.
Tutti quegli occhi che guardano verso l’obiettivo e che mi guardano, sono così allegri e pieni delle promesse e le speranze, che la vita non ha ancora spazzato via. Eccoli tutti insieme, vivi e morti, immobilizzati per sempre in un momento felice.

Così voglio ricordarla, mia madre, un sorriso dolce sulle labbra socchiuse. Ti voglio bene mamma, buon compleanno.


venerdì 5 ottobre 2012

LA VECCHIA CHE SCRIVEVA CANZONI D'AMORE



Il grano era alto a fine Maggio, nelle campagne che circondavano il paese di mio padre.
Quattro case aggrappate sul fianco di una collina. Le finestre come occhi aperti verso l’infinito.
E c’era nell’aria quell’odore denso di fieno e di animali, e nelle case basse, l’odore polveroso di una dignitosa miseria.
Nelle strade fangose o polverose a seconda della stagione, solo pochi uomini avvolti nei loro mantelli scuri d’inverno e con le camice a quadri  infilate nei pantaloni di fustagno lisi sulle ginocchia d’estate, e sempre, d’estate e d’inverno, una coppola calata sugli occhi.
Le donne chiuse nelle case, i fazzoletti in testa d’estate e d’inverno, oppure a lavorare nei campi, con le lunghe gonne arrotolate sui fianchi grossi a scoprire le gambe dai polpacci forti.
I figli crescevano per strada, nel fango o fra le mosche, le guance rosse, e il naso che colava.
Nelle mani sporche, una gran fetta di pane con olio e pomodoro a fare da colazione, pranzo e cena.
Era così il paese di mio padre, quando lui ci nacque in un’epoca così lontana da essere sfocata perfino nel ricordo.
Ma Libera era bella di una bellezza forte e aggressiva che faceva paura agli uomini e invidia alle donne.

Il fazzoletto non riusciva a nascondere la gran massa di capelli scuri i cui riccioli facevano capolino sulle orecchie piccole e carnose.
I suoi occhi scuri mandavano lampi quando lei li ficcava dritti in faccia, arrogante e fiera e non li abbassava come le altre donne al cospetto di un uomo.
Aveva fianchi larghi Libera, e un seno pieno che forava la stoffa  della sua blusa di tela grezza.
Andava a servizio nelle case dei signori fin da quando era ragazza. Aveva la forza di un uomo e maggiore coraggio.
Non era stato facile sfuggire alle mani lunghe dei padroni e restare indifferente ai loro complimenti interessati. Lei, tuttavia, aveva quel modo di guardare che sapeva gelare anche gli spiriti più bollenti. Ma era bella e per questo le donne le parlavano dietro.
A sedici anni la sposarono ad un uomo molto più grande di lei che le fece da padre più che da marito, chiudendo gli occhi e le orecchie alle chiacchiere della gente e togliendo il disturbo quando lei aveva poco più di venti anni.
La trattava bene, ma la giovinezza di lei vorace e avida, la spingeva senza requie verso l’amore.
Del primo non ricordava neanche il nome, ma solo il peso del suo corpo e l’odore forte della sua pelle, quando lui l’aveva presa quasi a forza, un pomeriggio d’agosto.
Era il contadino che vendeva il latte per il suo padrone di allora. Lei ci andava quasi ogni giorno alla sua stalla, e non le dispiaceva perché lui era un gran bel ragazzo poco più grande di lei.
Non si difese molto a dire il vero che quasi le sembrarono normali le sue brusche e goffe carezze. L’impeto di quel corpo giovane così diverso dall’ardore tiepido del suo anziano marito era stato come la primavera dopo un lungo inverno…
E dopo ce ne furono altri, ma era lei che li sceglieva quando la noia di vivere si faceva più forte.
A trent’anni, i primi fili bianchi nei capelli, andò a servizio dal maestro del paese.
Era questi uno scapolo venuto dal nord. Libera fu l’unica ad avere il coraggio di sfidare le chiacchiere della gente.
Lui aveva un corpo magro e slanciato, fini mani dalle dita lunghe e affusolate. Aveva occhi chiari e dolci e parlava con voce profonda di cose che Libera non aveva mai sentito.
La conquistò con la musica delle sue parole, con i suoi discorsi complicati e oscuri e le carezze leggere sui capelli. Così diverso dagli uomini che aveva conosciuto.
Anche il suo modo di amarla era diverso. Nei suoi gesti una dolcezza timida e incerta, quasi che lei fosse un oggetto fragile e non la donna forte che era. Certe volte provava per lui una sorta di tenerezza materna quasi fosse un altro dei suoi numerosi figli di molti padri.
“Voglio farti un regalo.” Le disse un giorno.
“ Dimmi cosa ti piacerebbe. Un vestito nuovo, un paio di scarpe…”
“ Insegnami a leggere e scrivere.” Rispose lei, perché davvero voleva capire meglio le cose che lui le diceva. Entrare nel suo mondo incantato di musica e di parole.
Libera imparava facilmente. Aveva un cervello vigile e attento. Non ci volle molto e non avrebbe mai dimenticato l’emozione che provò la prima volta che scrisse il suo nome. All’improvviso tutti quei segni contenuti nei libri di lui, prendevano vita, trasformandosi in pensieri ed emozioni.
E il mondo non finì più entro le case di quel paese aggrappato sul fianco della collina, ma si dilatò a città sconosciute che lei non avrebbe mai visto, a fiumi e mari, montagne inviolabili, e deserti bruciati dal sole implacabile. Era come sognare e perdersi in un’altra realtà. Una realtà che non avrebbe mai immaginato.
Quando tornava a casa la sera, in quella piccola stanza dove dormivano in otto, aveva voglia di piangere se solo avesse ricordato come si faceva.
Ma il tempo passava e un giorno il maestro le disse che l’avevano trasferito. Tornava al suo paese del nord.
“ Ma torno sai! Torno a trovarti. Magari ti porto via.” Concludeva ridendo.
Ma Libera non rideva, le lacrime che non avrebbe sparso, cacciate nel fondo dell’anima.
Le lasciò dei libri di poesie e un libro che parlava del posto in cui lui stava per andare, così che lei avrebbe potuto immaginarlo nel suo mondo lontano.
Lei si convinse che sarebbe tornato. Voleva crederci a dispetto di tutto.
Nei mesi, negli anni, immaginava se stessa insieme con lui il giorno che si fossero incontrati di nuovo. Le parole che lui le avrebbe detto, i suoi gesti, l’espressione del suo viso. E negli anni lui non invecchiava, sempre identico nel ricordo, al giovane uomo che lei ricordava.
Aveva imparato a memoria le poesie, le pagine dei suoi libri erano consunte per il troppo uso e ingiallite e sporche ormai.
E fu così che cominciò a scrivere canzoni d’amore.
Ci metteva tutte le parole che avrebbe voluto dirgli, tutto l’amore che le accendeva l’anima per lui, mentre altre mani la accarezzavano.
Le cantava sotto voce da sola e in compagnia. Ma dopo un po’ le sue canzoni d’amore cominciarono a cantarle anche altri.
Le donne al lavatoio. I giovanotti nelle serenate alle fidanzate.
Come una voce sola la musica delle parole attraversava tutto il paese, scivolando nelle strade strette e sassose, nei campi arsi d’estate, nel fango dell’inverno gelido e piovoso.
Nel tempo che passava, i figli crescevano e prendevano la loro strada, i suoi capelli diventavano sempre più grigi. E nella pelle non più rosea e liscia, le rughe segnavano gli occhi scuri che ancora mandavano lampi. E lei aspettava.
L’aspettava nei giorni e nelle notti, chiedendosi se lui l’avrebbe riconosciuta dopo tanto tempo, nel suo corpo non più fresco, nei suoi gesti lenti e affaticati da un cuore divenuto ormai sempre più ballerino, che si metteva a battere all’impazzata all’improvviso togliendole il fiato.
All’improvviso la sua giovinezza sfiorita, divenne per lei un’ossessione. Se lui fosse tornato? Cosa avrebbe pensato a vederla? Avrebbe trovate ridicole le sue canzoni d’amore cantate da una vecchia con la voce roca e lo sguardo acquoso, perché così lei si vedeva, nonostante non lo fosse affatto.
Nemmeno la sfiorava il pensiero che fosse invecchiato anche lui, perché l’amore non invecchia e il desiderio dell’amore vive anche nelle anime piene di rughe.
Un giorno cominciò a circolare la voce che il maestro sarebbe tornato per una breve vacanza, perché gli era venuta la nostalgia di rivedere i luoghi della sua giovinezza.
Che fosse vero o solo voci di paese, per Libera divenne un’ossessione che come un cancro si mangiava la sua vita. Invadeva i suoi pensieri di giorno, e di notte non la faceva dormire.
E così un giorno si decise ad andare dalla mammana che oltre a far nascere i bambini, si diceva che facesse pozioni di tutti i tipi.
Dicerie certo, ma non si poteva mai sapere. Anzi Libera voleva crederci. Voleva che la mammana avesse il rimedio per farle ritrovare la giovinezza perduta. Non per sempre, ma almeno per il breve spazio di quella visita. Quando lui fosse ripartito che le sarebbe importato di invecchiare?
Ci andò in un giorno di primavera con la speranza nel cuore.
La mammana era una donna nel pieno della maturità con uno sguardo cupo e ironico. Non sembrò meravigliarsi di quella visita. Ascoltò con attenzione e serietà le richieste di Libera. Non sembrò stupirsene affatto. Era abituata a tutto e conosceva bene i desideri degli uomini e delle donne.
Si prese il suo tempo per pensarci e le disse di tornare dopo una settimana.
Fu la settimana più lunga della sua vita. Ma alla fine passò.
La mammana la ricevette pensierosa. Aveva un’aria esitante che Libera non sapeva interpretare.
“ Ho qui quello che mi hai chiesto.” Disse la mammana indicando una boccettina.
“ Questa cosa ti farà bella, ti farà tornare la forza della giovinezza, la vita tornerà nel tuo ventre…” E si interruppe.
“ Ma?” La incalzò Libera.
“ Quanto sei disposta a rischiare per questo?” Chiese la mammana con voce profonda.
“ La vita.” Rispose Libera.
Senza una parola la mammana le porse la boccetta e già la guardava come se fosse morta, con una pena negli occhi cupi. Poi mormorò: “ Non più di cinque gocce ogni mattina…” Ma Libera non l’ascoltava più.
Tornò a casa con il cuore che le saltellava nel petto più ballerino che mai.
Cominciò subito a prendere la “medicina” e si spiava il viso allo specchio per vedere quando le rughe sarebbero scomparse, e si sfiorava il ventre con le mani sciupate chiedendosi quando ci sarebbe tornata la vita.
Passò una settimana, poi ne passò un’altra. Le rughe c’erano tutte ma il cuore era sempre più impazzito e sembrava che dovesse esploderle nel petto.
“ Mamma Vi porto dal medico.” Diceva suo figlio Tano, il più piccolo, quello che le era rimasto in casa.
“ E già, così poi devo smettere di prendere la medicina.” Pensava lei. E con gli occhi del desiderio si vedeva ringiovanire. Le sembrava di avere già più forze, le sembrava che tutto fosse possibile.
Non vedeva il pallore devastante che le cerchiava gli occhi di nero, non dava peso alle fitte che talvolta le esplodevano nella testa e nel petto.
Suo figlio la guardava sconvolto, fino al punto che un giorno le nascose la famosa boccetta per poi svuotarla  nei campi.
Ma fu tardi.
Con mille scintille il mondo per lei esplose all’inizio dell’estate. E Libera sentì un dolore fortissimo nel centro del cuore. Un grido le salì alle labbra, ma non emise suono mentre crollava a terra, gli occhi già velati, rivolti verso il cielo.
Non morì subito, ma l’anima le scivolò fuori a poco a poco, lasciando al suo posto un corpo che non vedeva e non sentiva più…
Il figlio la trovò dopo molte ore, la sera tornando a casa dalla campagna.

Il maestro mise piede in paese, già con la voglia di partirsene. Sua moglie si era lamentata per tutto il tempo della lunghezza e della scomodità del viaggio. E poi cominciò a lamentarsi della polvere delle strade così diverse da quelle della città a cui era abituata, polvere che le sporcava le scarpe alla moda e le impolverava i vestiti.
Scesero all’unico albergo del paese se così poteva definirsi.
“ Una bettola!” Sentenziò la moglie storcendo le labbra sottili. In effetti guardandosi  intorno, il maestro ebbe la stessa impressione. Il paese gli era parso diverso da come lo ricordava. Così vecchio e misero, le strade ancora sterrate e quelle case basse con la stalla affianco, e quell’odore di polvere e fieno che sembrava penetrare perfino nella pelle.
Che idea sciocca tornarci! Era anni che ci pensava, e ora che era in pensione si era deciso a fare il viaggio. Ma che delusione! Non capiva che nel ricordo, la giovinezza gliel’aveva abbellito, e la speranza di un’intera vita davanti a lui, aveva dato al paese la luce che lui ricordava.
Di punto in bianco decise che non ci si sarebbe fermato più di due giorni. Non valeva la pena nemmeno di disfare la valigia.
Mentre la porgeva al padrone dell’albergo, che faceva anche da facchino e portiere, sentì i rintocchi delle campane a morto.
“ Chi è morto?” Chiese distrattamente, ma col pensiero altrove.
“ E’ morta Libera  vedova Mancuso, poveraccia soffriva di cuore da tanto tempo…è morta dopo una lunga agonia…la conosceva?”
Il maestro aggrottò la fronte, ma non ci pensò più di un istante. Che sciocco quello! Perché mai avrebbe dovuto conoscerla?
“ No, non mi pare.” Rispose per cortesia, dandogli le spalle e dirigendosi verso le scale insieme alla moglie. Eppure chissà perché sentiva un brivido nel cuore, come una pietra tombale a chiudere per sempre la sua vita.

mercoledì 29 agosto 2012

L'AMERICANO




"Tutto quello che accade ha un senso", pensò Calogero Malaspina nel notare che era una mattinata diversa.

Da un pezzo che aveva in mente quell’idea, ma oggi era il giorno adatto per cominciare a metterla in pratica. Era una domenica d'agosto e pioveva.

Così tirò giù dalla sommità dell’armadio dove l’aveva riposta, avvolta in svariati strati di cellofan trasparente, la vecchia valigia di cartone con la quale  venti anni prima aveva messo piede negli States e l’aprì con mani tremanti.

Subito l’assalì un odore di muffa, polvere e ricordi: il viso stropicciato di sua madre e la sua mano che lo salutava, smovendo l’aria infuocata di quell’agosto lontanissimo dei suoi diciott’anni, quando decise di prendere la via dell’America, come tanti prima di lui; il vestito buono di suo padre, l’unico che avesse, che gli stava stretto di spalle, come le scarpe a cui era poco abituato e scricchiolavano sulla strada polverosa che portava alla fermata delle corriere. Erano come flash, fotografie sbiadite di cose di cui non si era conservata l’emozione che allora, le aveva accompagnate.

“ La vita è solo un affacciarsi ad un balcone…”pensava, e quei venti anni in America, li ricordava appena, come fossero volati nel tempo di uno sputo. Aveva fatto fortuna, questo contava e ora bisognava tornare.

Perché la terra che ti ha visto nascere, è fatta del tuo sangue e della tua carne e ti reclama.

Ti chiama nei giorni e nelle notti ed è un dolore nel fondo dell’anima, la nostalgia.

L’america invece è la dimensione dei sogni o forse degli incubi, una lunga strada che ti porta altrove, spezzando ogni radice per crearne di nuove.

Calogero Malaspina, non si era mai sposato. Tutte le donne che aveva incontrato, erano state compagne di viaggio e nulla più. Corpi nei quali affogare la nostalgia e il dolore, la rabbia e la speranza.

Ma ora era tempo di tornare.

Tornare agli occhi scuri di Tanina. Occhi neri e liquidi che lo seguivano attraverso gli scuri chiusi, quando lui passava sotto la sua finestra. Allora ne sentiva lo sguardo pungente sulla schiena. Sedici anni scontrosi e ruvidi  mai dimenticati. Una figurina snella e minuscola nascosta negli anfratti dei ricordi, mentre percorreva le strade sconfinate dell’america, a cui lui aveva promesso il cuore e la vita.

Una promessa senza parole, perché mai le aveva parlato, ma lei lo sapeva, Calogero Malaspina ne era certo e sicuramente lo aspettava.

Ci sono promesse che durano una vita. Che intrecciano due anime in un unico destino.

Non aveva mai chiesto di lei nelle lettere ai parenti, perché essi non sapevano e sarebbe stato inutile metterli sull’avviso.

E poi se si fosse sposata, l’avrebbe saputo comunque.

Adesso però era tempo di tornare. L’avrebbe chiesta in sposa a suo padre come usava, o a sua madre sempre che fossero ancora vivi.

Altrimenti l’avrebbe chiesto a lei stessa, aspettandola magari all’uscita dalla messa.

Le avrebbe detto solo: “ Mi vuoi?” Lei avrebbe chinato la sua testa bruna. Sarebbe bastato un cenno, più di mille discorsi.

Era sicuro di riconoscerla al primo sguardo, malgrado gli anni, perché il cuore riconosce ciò che lo sguardo non riesce a fare.

Si guardò allo specchio. Com’era cambiato! Ancora asciutto e forte, ma i suoi capelli neri erano oramai un ricordo e gli occhi scomparivano nella filigrana delle rughe che sole vento e pioggia avevano disegnato sul suo volto. Nel cuore però era rimasto il ragazzo di allora.

Magari non era vero, ma gli piaceva crederlo.

In tutto questo giro di pensieri, lo colse all’improvviso un’emozione subdola: che forse alla fin fine

l’america era pur sempre la sua casa, perché ci aveva speso la giovinezza. Una casa di passaggio, magari, ma pur sempre una casa.

E chissà poi cosa avrebbe trovato al paese e soprattutto chi, dopo tanto tempo!

Certo non poteva presentarsi con la stessa valigia di cartone di quando era partito.

Cosa potevano pensare i compaesani? Che era lo stesso stronzo con le pezze al culo di venti anni prima?

Riavvolse nel cellofan la vecchia valigia dopo averla richiusa, e la ripose sull’armadio, chiudendo i ricordi dentro di essa.



Verso la fine di gennaio il mare si faceva aspro e cominciava a rovesciare sul paese un pattume spesso, poche settimane dopo ogni cosa era contagiata dal suo umore insopportabile.

Da allora non valeva la pena che il mondo girasse, almeno fino al prossimo dicembre, e nessuno rimaneva in giro dopo le otto. Ma l'anno in cui tornò Calogero Malaspina il mare non si alterò, nemmeno in febbraio. Al contrario, si fece sempre più liscio e fosforescente, e nelle prime notti di marzo esalò una fragranza di rose.

Tutti avevano curiosità di vederlo. Di farsi l’idea di quel che era diventato dopo tutti quegli anni.

In piazza non si parlava d’altro in quella primavera che annunciava l’estate.

C’era chi diceva di averlo visto alla stazione delle corriere. Chi, con una macchina nuova fiammante di quelle americane che riempiono una strada.

C’era chi diceva che fosse grasso e calvo con un gran cappello texano sulla testa lucida.

Altri al contrario affermavano che fosse magro ed elegante, con un gran sigaro all’angolo della bocca scontrosa.

Ma in realtà, nessuno l’aveva veramente visto.

E se anche l’avessero visto non l’avrebbero riconosciuto in quell’ometto stropicciato e segaligno fermo all’angolo della chiesa ad aspettare.

Sembrava quasi uno straccione nei suoi vestiti sgargianti e fuori moda. Certo era un forestiero. Un vagabondo di quelli che piovevano in paese nei giorni di festa.

Chissà perché a nessuno venne in mente di rivolgergli la parola, tanto erano presi tutti a parlare dell’americano come oramai tutti chiamavano Calogero Malaspina.

I suoi stessi parenti, i pochi che erano rimasti, affermavano che ancora non si era fatto vivo con loro, a parte il telegramma col quale aveva annunciato il suo ritorno qualche mese prima.

Che poi che cammurrìa questo sconosciuto che tornava con chissà quali intenzioni e che bisognava accogliere comunque, ci mancherebbe, ma…perché non se ne restava negli States che era quello il suo posto. Nemmeno più una casa aveva oramai, e così bisognava pure ospitarlo! Mai si doveva dire che lo mandavano all’albergo!



Non c’era rimasto più nessuno. Neanche il paese a dire il vero. Cos’era quella “cosa” senza anima. Quell’ammucchiata di casermoni dove prima c’erano alberi di limoni? Calogero Malaspina ricordava una piazza e poche case basse intorno. Il bar, l’unico del paese, vicino alla farmacia e all’emporio, uno stanzino buio in cui si vendeva di tutto e ti prendeva alla gola l’odore delle spezie quando entravi.

Ora nella piazza di bar ce n’erano tre, e banche, e negozi dalle vetrine illuminate la sera a fare concorrenza ai lampioni.

Non aveva voluto cercare i parenti, nè fermarsi negli alberghi del paese, preferendone uno di una cittadina vicina. Quel posto gli era estraneo. Neanche un dettaglio riusciva a trovare, che, anche se per vie traverse, incrociasse la strada incerta dei suoi ricordi.

Solo la chiesa sembrava la stessa, più piccola forse, come risucchiata dalle case che le incombevano alle spalle.

Ma Tanina non c’era.

L’aveva aspettata all’uscita della messa, un giorno dopo l’altro, spiando i volti delle donne per scoprire il suo sguardo bruno. Perché era lei la persona a cui voleva parlare per prima.

Invano.

L’aveva trovata poi nell’unico posto dove non si aspettava di trovarla. Con lo stesso sguardo umido e scontroso e lo stesso broncio dei suoi sedici anni ruvidi e sassosi. Il viso grazioso e serio, fissato per sempre sulla liscia superficie di una lapide.

In tutti quegli anni aveva amato un fantasma. Il fantasma di una ragazzina che una febbre tifoidea si era portata via, lo stesso anno che lui era partito. Nessuno gliel’aveva detto, nessuno…

Così è la vita, il tempo di uno sputo da un balcone, uno schiocco di dita e non c’è più.

Se l’era presa l’America la vita di Calogero Malaspina, come la febbre quella di Tanina.

Ci aveva dato il sangue dietro un sogno, i giorni, le notti, la vita intera ed ora era tempo di tornare a quella terra senza ricordi…

E la valigia di cartone, ancora avvolta nel cellofan sopra l’armadio, non l’avrebbe aperta mai più.