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domenica 9 ottobre 2011

L’INELUTTABILE PESANTEZZA DELLA SOLITUDINE…

Ieri sera nel palazzo in cui abito, un vecchio signore si è ucciso impiccandosi. Lo conoscevo appena come spesso accade nei grandi condomini. “Buon giorno e buona sera” Ci si incontrava aspettando l’ascensore o ritirando la posta nell’androne. Due chiacchiere veloci di quel banale chiacchierio che non dice nulla ma è un codice di cortesia e di buon vicinato. Di lui ricordo l’andatura rigida da militare, i tratti severi e quasi scolpiti, l’abbigliamento curato seppur modesto. Portava le chiavi di casa appese ad una catena attaccata alla cintura ; questo mi è rimasto impresso perché mi dava il senso di un ordine interiore composto e forse troppo inflessibile. Era vedovo da pochi anni di una donna dolce e socievole ma resa un po’ svanita da una lunga malattia. Una badante si occupava di lui. Una bella donna di mezz’età che lo accompagnava nelle passeggiate prendendolo a braccetto come una moglie. Non ricordo bene quando ha cominciato a cambiare. Quando il vecchio austero ma orgoglioso è andato trasformandosi in una pallida ombra smunta come era oramai negli ultimi mesi. Me lo ricordo seduto davanti alla porta del Circolo in piazza, a godersi l’ombra nelle torride giornate estive, chiacchierando con altri come lui. Presi dalla vortice incessante della nostra vita quotidiana, non ci accorgiamo di nulla. Neanche notiamo il dispiegarsi drammatico di una tragedia nella casa accanto alla nostra. Buon giorno e buona sera, neanche una parola che porti il calore di un abbraccio simbolico ad alleviare il peso di una solitudine ineluttabile. Buon giorno e buona sera… non ci accorgiamo del vuoto doloroso di uno sguardo che muto incontra il nostro distratto ed egoista. Che tristezza la vita che stagna nella palude della vecchiaia quando non c’è più un futuro che ci aspetta, né sogni da realizzare né speranze a cui aggrapparsi. Quando la solitudine oltre che essere fisica è una categoria dell’anima che affannata arranca negli ultimi sprazzi del suo tempo. In un mio racconto una volta ho scritto “ vecchi che la vita ha dimenticato in un angolo dove la morte non riesce a trovarli”. Lui si è forse stancato di aspettare, di trascinare giorni senza futuro e senza ristoro. La vecchiaia più della morte è la nostra condanna perché ci espone alle offese del tempo distruggendo tutto quello per il quale viviamo e portandoci via a poco a poco tutto ciò che abbiamo amato e che amiamo lasciandoci soltanto il dolore impotente della perdita e la lucidità per gustarlo come l’ultima goccia di fiele. Penso che in certe circostanze il porre fine alla propria vita sia l’unica libertà che ci resta per difendere una dignità e un orgoglio di noi stessi che il destino ci nega. Ma resta comunque la tristezza.

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