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mercoledì 10 marzo 2010

MONDEZZA





Mi sono resa conto che esisteva, uscendo a buttare la spazzatura. Era incredibile a pensarci ma non l’avevo mai vista.
Chissà da quanto tempo era lì, nel mio quartiere; percorreva le stesse strade, entrava negli stessi negozi. Sicuramente abitava in una casa simile alla mia. Un appartamento in condominio, in quei casermoni infiniti, con le cucine che danno nel pozzo luce e senti sempre odore di pesce, o di minestre, o rumori di liti, o musica o qualunque altra cosa che ti rompe i ciglioni mentre sali le scale e pensi ai fatti tuoi e li vorresti vedere sparire tutti nel ventre della terra, quegli inutili esseri banali e stupidi con le loro piccole vite banali e stupide come la mia…
Sicuramente faceva la stessa cosa alla stessa ora, proprio come me che mi si gira lo stomaco di rabbia quando mi sento le maglie della vita strette intorno al collo e vorrei urlare e picchiare e uccidere se il caso solo per trovare un cazzo di sollievo a questa esistenza di merda che continuo a trascinare come la spazzatura su e giù per le scale.
Lei mi guarda ostile.
Non è un’impressione. Mi guarda proprio male. Ci incrociamo sempre vicino al solito cassonetto. Lei arriva ciabattando nelle sue pantofole.sconnesse, con addosso vestiti di chissà quale secolo, capelli spettinati, sguardo da pesce lesso. Solleva il sacchetto della mondezza con una sola mano e lo manda a fare un arco perfetto che finisce nel buio puzzolente del cassonetto.
E mi guarda. Lei butta la spazzatura e mi guarda. Anzi sembra che voglia alludere con quel gesto a qualcosa.
Infatti potrebbe buttare la mondezza senza guardarmi, invece lei mi guarda mentre lo fa. Sempre.
Per questo la detesto. Non la conosco ma la detesto. Con quei capelli anni cinquanta di un biondo finto di colore fatto in casa con sulle spalle una vecchia asciugamano bucata, mentre la pentola brontola sul fuoco, sfilacci di carne annegati nel brodo. Quelle magliette da mercato rionale, tirate sul seno prosperoso, i pantaloni sformati di una tuta. Che tristezza! Una caricatura di donna con quegli occhi spenti. Ma perché non muore! Oramai è una cosa inutile. Vecchia, spenta, a chi può servire questo essere inutile che incrocio tutti i giorni o quasi? Deve averci anche un uomo da qualche parte, un vecchio rudere come lei spalmato sul divano quasi come Giorgio, che ci passa le giornate e alla fine si confonde con la tappezzeria. Certe volte penso che lo butterei dalle scale lui e il suo divano ma poi non ne faccio nulla. Certe volte penso a tutti i modi in cui mi piacerebbe ucciderlo; magari lentamente con metodo, vedergli schizzare fuori gli occhi dalle orbite o il cervello dal cranio, sentirlo rantolare lentamente come un cane sgozzato. Quanto mi urta quella sua indifferenza urticante con la quale attraversa le giornate, senza neanche accorgersi che è un morto che cammina. Il bello è che lui si sente vivo. Ne è convinto. Si cura i suoi interessi come una chioccia i suoi pulcini. La sua vita è un susseguirsi stabile di gesti sempre uguali, fatti sempre nello stesso ordine e basta un granello di polvere a inceppare l’ingranaggio e lui da via di testa.
Allora senti la sua voce stridula alzarsi di due toni e mi viene di buttargli in faccia un secchio di acqua gelata solo per vedere la sua espressione, solo per gelargli sulle labbra le sue parole inutili.
Comunque lei mi guarda male. Le sono antipatica è ovvio. Figurati a me.
Detesto le donne vecchie più degli uomini vecchi. Piante secche che non hanno linfa. Ventri vuoti col tanfo della morte dentro.
A che serve una donna senza più lo sguardo degli uomini addosso? Senza il profumo della pelle giovane, senza la luce negli occhi che solo l’amore può dare? O il sesso.
Senza quello tanto vale schiattare. Non che ne abbia molta voglia ora neanche io. Sarà perché col tempo ti passa. Col tempo passa tutto e ti trovi a portare la mondezza su e giù per le scale con la puzza di cavolo nel naso che sembra che tutta la vita puzzi di cavolo rancido e ti chiedi e dopo? dopo questo che c’è? Forse pure Dio puzza di cavolo rancido e porta la mondezza su e giù per le scale del paradiso o dell’inferno che poi è sempre la stessa cosa. Perché poi ti chiedi sempre cosa c’è dopo e dopo c’è sempre lo stesso schifo e niente altro. Come se l’anima cercasse qualcosa al di la dei gesti, delle cose, delle abitudini, del corpo, della voce, al di la della vita e non la trova.
L’anima è troppo sconfinata per una vita mediocre.
E le vite sono quasi sempre mediocri. Anche il cervello più sottile, la donna più bella del mondo, l’uomo più potente della terra ha da pensare quando è seduto sul cesso. Specie se non riesce a farla.
Che poi tutto si riduce ad un sacchetto di rifiuti. Quello che siamo, quello che pensiamo, quello che mangiamo, gli oggetti che usiamo…tutto è cibo per i vermi.
No, anzi, a pensarci bene, il sacchetto ci sopravvive, neanche i vermi se lo mangiano. Ergo, siamo più fugaci di un sacchetto di plastica.
Questo stavo pensando mentre questa mattina scendevo le scale con il solito sacchetto nelle mani.
Poi mi sono accorta che era forato e lasciavo una scia di liquido verdastro dietro di me come Pollicino. E così mi sono messa a pensare alla raccolta differenziata. La carta da una parte, il vetro da un’altra la plastica altrove, i rifiuti organici, in un altro posto ancora. Svariati contenitori da riempire, sui quali riflettere, con i quali perdere tempo. Almeno però non troverei più lei ad attendermi vicino al cassonetto. Sono sicura che si è studiata i miei orari per esserci sempre.
Questa mattina, ad esempio, alla vista del sacchetto rotto, mi ha guardato peggio del solito.
Ma aveva gli occhi lucidi come se stesse per piangere. Ma i vecchi hanno tutti gli occhi lucidi.
Hanno le lacrime sulla punta delle ciglia come i bambini.
Io non voglio diventare vecchia. Non voglio puzzare come questo sacchetto sbrindellato che perde rifiuti strada strada, come un vecchio che perde la sua dignità nei pannoloni intrisi della sua incontinenza. Non voglio avere quell’odore di borotalco che cerca di nascondere il tanfo dolciastro di una pelle vizza. Come questa vecchia che incontro e che mi guarda. Lo sento in lei quell’odore.
Ho deciso, devo chiedere in giro. Voglio sapere chi è. Dove vive e con chi.

Si chiama Giulia. Giulia chi? Non si è potuto sapere. La chiamano la signora Giulia. Non sanno bene dove viva, perché non è molto che è arrivata nel quartiere. Su di lei girano strane voci.
Dicono che è una strana. Come se non l’avessi capito anche io. Che poi si chiama come me, guarda la coincidenza. Non ha un rudere di uomo da qualche parte, dicono. L’aveva, ora non ce l’ha più.
Gli ha fatto fare una brutta fine, dicono. Che fine? Non si è potuto sapere.
Si è fatta dieci anni di manicomio criminale. Dicono. Chi dice?
Quel dicono è qualcosa che mi spara dritto nel cervello. Non significa nulla e significa tutto. Come se le parole avessero un anima e gambe che le fanno camminare.
Parole che sconfinano dalle bocche per distruggere le vite. Mah! Sarà vero poi?
Non è che mi sembra normale quella vecchia. Adesso quando mi vede storce la bocca quasi con disgusto. La detesto. Vecchiaccia odiosa cosa hai perdio contro di me?
Ho provato perfino a cambiare orario per buttare la mondezza, ma quella sembra che mi legga nel pensiero e ha cambiato orario anche lei.
Ci ho mandato Giorgio per due giorni, ma lui dice di non averla incontrata. Figurati, quello non vede un elefante a dieci centimetri se la cosa non rientra nei suoi interessi! Non ci avrà fatto caso.
Però già cambiare le sue maledette abitudini, lo irrita. E se lui si irrita io mi incazzo e perciò meglio che ritorni a fare quello che faceva prima: mangiare e dormire.
Quando dorme sembra un cadavere. Lungo disteso sul letto, le braccia conserte che gli metterei in mano un rosario e chiamerei l’impresa di pompe funebri.
Lui funziona a compartimenti stagni. Pensa una cosa per volta, fa una cosa per volta e sempre nello stesso ordine se no si confonde. Se dovessi fare la raccolta differenziata non saprei in che sacchetto metterlo.
Comunque la vita è mondezza. E’ inutile discuterne. Dovrebbero prevedere la rottamazione anche per gli esseri umani. Dopo un certo periodo scadi e allora kaputt. Come il latte la carne e tutto il resto. Ora glielo dico
alla vecchiaccia: Sei scaduta cara mia, è ora che ti levi dalle scatole con le tue magliette da badante in trasferta e quei pantalonacci di tuta sformati che avranno visto giorni migliori. A vederti mi si contorce lo stomaco dalla rabbia che vorrei cancellarti dalla faccia della terra.
Eccola là. Ma che fa la scema? Perché si sporge dentro il cassonetto? Sicuro che la cretina avrà buttato qualcosa che ora vorrebbe recuperare. Non si è neanche accorta di me. Scendo a mezzanotte per non incontrarla e la trovo che rimesta nei rifiuti, questa poi! E’ incredibile. Un’ossessione, vecchiaccia maledetta. Ma mi è venuta un’idea. Non mi ha nemmeno visto, non c’è nessuno in giro…e se abbassassi di colpo il coperchio del cassonetto sul quel suo collo grinzoso? Non male come idea. Non male…

“ Non riesco a capire come possa essere avvenuto l’incidente. Era una donna giovane, come ha fatto a decapitarsi col coperchio del cassonetto? Che dici chiamiamo i Ris?” Stava dicendo l’appuntato Schifano al suo collega Gargiulo mentre facevano i rilievi del caso dopo che il cadavere era stato portato via.
“ Ma quali Ris! Pazza com’era sicuro che si è chiusa il coperchio sulla testa da sola. Guarda che nel quartiere dicono che era una strana. Due anni di manicomio criminale per lesioni al convivente, un tale Giorgio Maletti. Pensa che ha tentato di avvelenarlo con la candeggina. “
“ Ma va!”
“ Ultimamente era proprio fuori di testa, in giro dicono che chiedeva sempre di una vecchia che a suo dire la perseguitava…”
“ E dobbiamo trovarla sta vecchia?”
“ Scherzi? Che vecchia! Non esiste nessuna vecchia. Un parto di una mente malata. Dai muoviamoci su con
sti rilievi. Questo tanfo di mondezza mi sta dando allo stomaco.”

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