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domenica 1 agosto 2010

The way we were



IBLA

E mi ricordo sai quella notte ad Ibla.
L’estate era greve ancora come una donna al finire della giovinezza. Ancora bella ma con le ombre sul viso degli insulti del tempo che presto arriveranno a devastarne i lineamenti. Così era per noi in quella fine d’estate con quella luna gagliarda che ingemmava il blu cupo del cielo.
Sembravano uscite dal tempo, quelle strade, quelle piazze, sottratte ad un presente banale, per vivere di un passato barocco, carnale e odoroso come lo zucchero filato sulle bancarelle.
E c’erano i saltimbanchi sotto un tendone abbozzato, a improvvisare i loro esercizi davanti ad un pubblico intriso di un’allegria più o meno sincera.
Ti abbracciavo, stringendo il mio corpo al tuo in quell’allegria contagiosa con la quale avevamo sottratto le nostre vite banali allo scorrere del tempo per incastonarle anche solo per poco in quegli attimi rubati. E l’avevamo si la consapevolezza che non sarebbero tornati.
In quella notte magica tu mi guardavi. Nei tuoi occhi una giovinezza avida che prima non avevi mai avuto e che poi non avresti avuto più. E neanche io credo.
Ma quella notte a Ibla era ancora nostra e se allungavo la mano, potevo prenderla quella luna gagliarda che fermava il tempo sull’orlo dell’eternità, e teneva noi due nel nido felice del nostro amore. Ogni giorno con te aveva il sapore delle cose perdute. Ma eravamo liberi.
Tu non te ne curavi.
Tu credi che ogni cosa possa tornare, che ogni sogno possa rivivere, che basti solo volerlo.
Tu non percepisci quando la brezza diaccia della perdita imminente, oscura e smarrisce i contorni delle cose e chiude il cuore in una morsa gelida.
Ogni momento è unico nel bene e nel male irripetibile.
Come quella notte a Ibla.
Ce ne saranno altre, forse saranno tante, forse no, ma non saranno quella. Così è la vita, come grani di una collana, nessuno uguale ad un altro.
Né tu sei oggi lo stesso uomo che camminava con me sulle pietre sconnesse di quelle strade, nei vicoli bui fra quelle case sottratte alla storia.
Né sono io la stessa donna.
Allora fummo liberati per la nostra incoscienza, da noi stessi. Allora noi! Allora…
Ma tornammo.
Si doveva e noi tornammo.
Ricordo ancora quell’aria dolce quasi carnale di quella notte.
La gente per strada.
Comprammo cartoline che non avremmo mai spedito. Per ricordo ti dissi. Per ricordo di cosa? Non ho più voluto guardarle.
Le ho sepolte in qualche angolo smarrito dove si sono perdute come la mia felicità di allora.
E anche le foto che ci facemmo. Non le ho mai guardate. Non mi voglio ricordare.
Perdo le cose anche se faccio di tutto per trattenerle.
Conservo gli oggetti, ogni piccola cosa per fermare la vita che si porta via tutto. E la gioia se la porta per prima lasciandomi sulle spalle il peso oscuro e doloroso della nostalgia.
Io vivo guardandomi indietro per cercare senza trovarlo, quello che continuo a perdere: la mia vita.
Perché non so trattenere i momenti, perché tutto si corrode, come quella notte a Ibla nella quale dietro ogni mio sorriso c’era il senso della perdita imminente, dei giorni che scivolavano via per non tornare, come un frutto maturo che cela al suo interno il marcio della fine.
Anche il nostro amore come la luna calava senza che ce ne accorgessimo, senza che vedessimo che la magia la lasciavamo a Ibla, come la luce nei nostri sguardi, come i sorrisi sulle nostre labbra.
Il futuro amore mio, è solo una parola, senza contorni, senza colori. E’ solo un’idea, un abbozzo di qualcosa che non esiste e forse mai esisterà. L’unica cosa vera è il presente che discioglie se stesso in frammenti di colori, sapori, odori che andranno a vestire i ricordi.
Il passato ha carne e sangue e come una malattia ci avvelena l’anima.
Il passato sa solo seminare dolore e più è bello e più ne semina. Come lame, le immagini di quella notte scavano solchi nella mia anima.
Il presente è un’abitudine.
Come la vita.

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