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venerdì 23 settembre 2011

UN GIORNO QUALUNQUE



Il ragioniere Cesarini Francesco, per gli amici Ciccio, quel giorno era proprio felice.

Una giornata come tante, intendiamoci. La stessa grigia monotonia di sempre, gli stessi gesti e quasi le stesse parole, al punto di confondere un giorno con un altro, un mese con un altro, un anno con un altro…

Ma il ragioniere Cesarini, impiegato comunale in pensione, quel giorno si sentiva diverso.

Era un uomo di mezz’età dall’aspetto comune, quasi trascurato, una chierica di radi capelli grigi su un volto paffuto. Un corpo tozzo ed eccessivo per un’altezza scarsa, tutto in lui denunciava la banalità più assoluta, lo squallore di una vita mediocre portata avanti con determinato stoicismo.

I suoi vestiti elegantemente anonimi ed economici, le scarpe dalla punta lucida, ma con la suola consumata, denunciavano una faticosa ma dignitosa lotta contro un indigenza sempre più aggressiva.

In gioventù, era stato un uomo rispettato e considerato, in un tempo in cui all’indigenza di tutti, si opponeva il relativo benessere di qualcuno e la ricchezza di pochissimi. Era un impiegato comunale, uno dei pochi. Portava a casa un discreto stipendio ogni fine del mese. Sua moglie aveva gioielli per Natale e il compleanno e perfino la pelliccia. La sua unica figlia, Adelina, aveva abitini alla moda comprati nella città più vicina. L’aveva fatta studiare Adelina, si era presa perfino il diploma di maestra, nonostante non fosse questo si, un gran cervello dopo tutto, ma solo un’adorabile ochetta dallo sguardo assorto e lontano.

Il luminoso futuro che egli si era immaginato per la sua famigliola, si era però come corroso con il passare degli anni.

La moglie Maria, un tempo una bella donna, si era via via trasformata in una formosa matrona dalla voce tonante e dal carattere collerico. La figlia Adelina si era andata perdendo nelle brume di fantasie sempre più deliranti, in cui aveva consumato inutilmente la sua scialba giovinezza per diventare una zitella quarantenne assolutamente succube di sua madre.

Lo stesso ragioniere Cesarini si era trovato alle soglie della pensione senza sapere come né quando, con uno stipendio sempre più esiguo e inefficace, rispetto al tenore di vita che avevano sempre condotto. Sembrava anzi, che la vita stessa, si fosse messa ad un tratto a correre forsennatamente, lasciandoli indietro, insieme a mille altri come loro, piccola borghesia scialba e contenta di esserlo, ridotta ora ad una miseria dignitosa quanto umiliante.

La piccola casa di proprietà un tempo graziosa come una piccola bomboniera, andava con gli anni denunciando sempre più una certa decadenza. Ci sarebbero voluti mille lavori da fare, impianti da ammodernare, strutture da sostituire, ma non c’erano soldi a sufficienza, e ce n’erano comunque sempre meno. Così i lavori venivano rimandati un anno dopo l’altro e alla fine non se ne parlò più. Ma intanto la casa cadeva a pezzi. Gli infissi non chiudevano più bene, le tapparelle si bloccavano, l’intonaco si crepava, i rubinetti perdevano. Insieme con la casa, al ragionier Cesarini sembrava che andasse in pezzi tutta la sua vita.

Ormai in pensione, si accorse che non aveva un hobby, che i suoi pochi amici, ormai pensionati come lui, l’annoiavano a morte. Con sua moglie con la quale a dire il vero c’era sempre stata poca affinità, ora che doveva passarci l’intera giornata, le cose andavano di male in peggio.

Il carattere di lei avvelenato da anni di solitudine e di sottili rancori, si era fatto sempre più spigoloso e difficile al punto che niente sembrava andarle bene, e recriminava su tutto e tutti.

Il ragionier Cesarini quando apriva gli occhi la mattina, si sentiva prendere dallo scoramento a dover affrontare il dispiegarsi dell’intera giornata.

Usciva a fare quattro passi con qualche amico, poi prendeva il giornale, dietro al quale, a casa, si sarebbe trincerato, fingendo di ignorare le lamentele della moglie e i suoi mugugni incessanti.

Dopo mangiato, il riposino pomeridiano, la passeggiata serale, poi la televisione, poi a letto, sempre così, tutti i giorni per settimane, mesi, anni…Si sentiva sconfitto e lo era forse nel profondo dell’animo, rinchiuso in un’esistenza che gli diventava sempre più estranea.

Si accorgeva di aver smarrito i suoi sogni di ragazzo, le fantasie della prima giovinezza, di aver perduto l’allegria del suo carattere vivace.

Su tutto la polvere del tempo, aveva steso un velo impenetrabile e invincibile di un’infelicità costante e densa, contro la quale era inutile combattere.

Ora che la sua vita aveva imboccato l’ultimo percorso, non c’era più tempo ormai, per raddrizzare torti e per seguir ragioni, ma solo un pugno di giornate inutili senza capo né coda da attraversare con cieca coerenza, aspettando la fine.

E quello era appunto un giorno come tanti, con un sole malato che faceva fatica a squarciare la densa coltre di nuvole basse. Un vento freddo proveniente dal nord, scuoteva gli alberi spogliandoli delle foglie ingiallite, ma il ragionier Cesarini era felice dietro al suo giornale che nemmeno leggeva, perché il vento ne accartocciava i fogli facendoglieli quasi sbattere sul viso.

E si sentiva libero seduto a quella panchina, mentre rabbrividiva e salutava qualche raro passante che conosceva appena forse solo di vista. E quello rispondeva al saluto imbarazzato e forse stupito per quell’ometto lì, seduto al freddo, con quel giornale spiegazzato in mano, che sembrava non aver nessuna fretta di tornarsene a casa, nonostante il vento e l’ora di pranzo che si avvicinava.

Ma non aveva fame Cesarini Francesco, per gli amici Ciccio, che aveva le farfalle nello stomaco, per quella ritrovata libertà, per l’emozione forte della resa, a cosa dunque? Ma a se stesso che diamine, dopo tanti anni, dopo tanto tempo, lì sul finire di una vita inutile.

Era caduta giù senza un lamento, Maria, col punteruolo per rompere il ghiaccio nella schiena.

Preparava la colazione come sempre quella mattina, e il suo inutile costante borbottio si era perso, come disciolto in un mugolio indistinto, quando lui aveva sferrato il colpo, arrivandole alle spalle silenzioso, dal tavolo al quale era seduto in attesa della colazione appunto.

Aveva la sua vecchia vestaglia di sempre Maria, che tirava sui fianchi ed era lisa ai gomiti per i troppi anni di onorata carriera. Aveva ai piedi quelle pantofole sformate che lui tanto detestava e che le aveva detto mille volte di buttare, ma lei niente, che conservava tutto lei, anche le carte inutili, i nastri rotti, i vestiti vecchi e aveva riempito quella casa di cascame inutile che soffocava ogni cosa, anche i pensieri.

Da vent’anni il punteruolo del ghiaccio stava sulla rastrelliera dei coltelli, oggetto più o meno inutile al pari degli altri che da sempre riempivano la casa. Ma quel giorno, un giorno qualunque di un autunno incerto, aveva incontrato la mano del ragionier Cesarini e aveva compiuto il suo destino nella schiena carnosa di Maria. Lui l’aveva guardata cadere, impassibile, con quel grumo di riso in fondo alla gola come un ragazzino viziato che ha appena compiuto una marachella.

Poi era andato in camera della figlia.

Dormiva.

Il volto di ragazza sfiorita, rilassato. Il corpo abbandonato e vulnerabile. Chissà quale sogno seguivano i suoi occhi chiusi. Che fantasia adolescenziale illuminava il suo sonno.

Quanto era magra! Un uccellino senz’ali che non ha mai imparato a volare. Un’anima candida e ingenua, chiusa nel bozzolo di un’adolescenza dilatata all’infinito.

Non si divincolò poi molto mentre lui le teneva premuto sul viso il vecchio cuscino della poltrona accanto al suo letto di ragazza. Passò dal sonno alla morte senza accorgersene, mentre lui le diceva:” Starai bene adesso, figlia mia.” E lo pensava veramente mentre sentiva l’anima leggera come quando hai compiuto un dovere che ti spettava da tempo e troppo avevi rimandato.

Poi si vestì con calma con la solita cura. Si lucidò le scarpe, contò gli spiccioli nel portafoglio consunto e uscì nell’aria densa del mattino di quel giorno qualunque…

Recensione di Domenico De Ferraro


Testo recensito: Un giorno qualunque
Autore: Mariagrazia Di Stasi


Esiste una identità tra la razionalità e l'immaginario?
Brava Mariagrazia Di Stasi nel raccontarci con colorata fantasia un fatto di cronaca, una quotidiana storia d'ordinaria follia. Quel giorno qualunque di diverso tempo fa lo ricordo bene mi trovavo a dover andare a far visita ad un mio vecchio amico che abita nello stesso stabile del ragioniere Cesarini. Quando incrociai quest'ultimo tutto soddisfatto scendere per le scale con aria indifferente fischiettando come un canarino innamorato avviarsi verso il circolo dei pensionati in piazza del Risorgimento. La notizia del fattaccio l'appresi il giorno dopo attraverso il giornale. La foto del ragioniere Cesarini in prima pagina.
Titoli cubitali: Un tranquillo ragioniere uccide prima la moglie in cucina
con un punteruolo e poi uccide la figlia nel sonno.
Del ragioniere Francesco Cesarini detto Ciccio per gli amici e i colleghi d'ufficio un colpo. I commenti furono tanti, giungessero da ogni parte. Una brava persona. Un uomo d'una onestà unica tutto casa e chiesa. Vedesse la domenica il ragioniere sotto il braccio dell'adorata moglie con l'amata figlia ch'era la luce dei loro occhi andare a passeggio lungo il corso principale fermarsi a mangiare un gelato al bar della stazione. Che disgrazia. Come può un individuo arrivare a tanto?
Di ragionieri Cesarini c'è ne son tanti, sotto apparenti abiti si nasconde un individuo diverso. Io voglio ricordare cosi il ragioniere Cesarini, un vicino di casa una brava persona che non avrebbe fatto mai male ad una mosca. Ma che è stato capace di compiere un gesto così insano e folle da tenere bene in mente cosa sia capace di fare la noia e la monotonia dei giorni qualunque.







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