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domenica 25 marzo 2012

LA VITA E' UN SENTIERO TORTUOSO



La vita è un sentiero tortuoso diretto verso il nulla, così pensava Alibar.
Così pensava e il suo animo era scuro,pesante, come le sue gambe che divoravano la strada a piccoli passi frenetici.
Nelle tasche aveva inutili schegge di pensieri, pesanti nostalgie e dolorosi rimpianti, ma poi sorrise vedendola arrivare da lontano. Il passo veloce e quel sorriso che lei gli regalava, come un dono prezioso, come una scheggia di cielo. E poi gli fu davanti con la sua bellezza tranquilla, con quello sguardo inquieto e misterioso, e la sua voce roca, densa e profonda che gli ricordava le estati della sua giovinezza.
Estati luminose, piene di vento che scivolava sui fianchi della collina, accarezzando le case, e scotendo le tendine dei balconi.
E sua madre con le calze arrotolate sulle ginocchia e la sua bellezza trascurata e spenta, intenta nei lavori di casa. “ Stai fermo Alibar, tuo padre dorme, non fare rumore. Lo sai che si arrabbia se lo svegli…”
Certo che lo sapeva Alibar. Lo sapeva bene, e rumore mai ne aveva fatto per tutta la sua vita, camminandoci in punta di piedi, sussurrando i suoi desideri perché nessuno li sentisse, e infatti nessuno li aveva sentiti e così si erano perduti, lasciando vuote scie di nostalgico rimpianto.
E in quelle scie Alibar aveva perduto la strada, smarrendosi in una vita non sua, che gli era diventata oramai sempre più estranea.
Ora che il tempo aveva scavato nel suo animo filigrane di rughe, non era rimasto molto oramai da desiderare.
Tutto definitivamente stabilito, ogni gioco già fatto, che rumore poteva fare ancora Alibar, ora che suo padre mangiava la terra da anni e sua madre era una pallida vecchietta che lo guardava con occhi lacrimosi?
“ Non far rumore Alibar, non dare un dolore a tua madre, mostrando a lei quello che sei, quello che sei diventato per via dei troppi silenzi…”
E adesso lei, questa donna smaniosa di cui ha incrociato la strada, per caso, senza volerlo, è l’urlo della vita messo a tacere per troppo tempo.
“ Ciao Alibar.” Lei gli dice tendendo la piccola mano.
Alibar gliela stringe con un sorriso imbarazzato. E la stretta è debole e incerta, come il suo sguardo, mobile, che non osa fermarsi sulle curve morbide del corpo di lei, sulla dolcezza aggressiva del suo viso.
“ Ciao Stella. “ Sussurra
e poi si schiarisce la voce. E adesso?
Adesso lei lo prende sottobraccio e continua a parlare.
“ Devi farmi un grande favore Alibar. Lo chiedo a te perché so che posso fidarmi. Tu non ne parlerai con nessuno vero?” Il silenzio, ecco di nuovo il silenzio, non far rumore Alibar…
“ Dì pure Stella, se posso con piacere.”
“ Ecco non so come dirtelo, dovresti accompagnarmi in un posto.”
“ Ma certo! Dove?” Chiede Alibar ma la voce è esitante.
“ Non è così semplice, sai. Devo incontrare una persona…e non voglio incontrarla da sola. Capisci?”
Alibar non capisce, o forse capisce fin troppo, ma comunque dice “ Si, va bene, quando?”
“ Adesso se non ti dispiace.” Lo sguardo di lei è febbrile ora, ansioso che lui possa rifiutare.
Il braccio infilato sotto il suo sembra volerlo spingere, pressare, verso qualcosa di impellente a cui non bisogna sottrarsi.
“ D’accordo, dimmi solo dove dobbiamo andare.”

La strada della vita è un sentiero tortuoso, quasi come questo che stanno percorrendo.
Una strada sterrata che come una ferita solca una campagna estenuata da un’estate troppo lunga.
Alibar guida la macchina in silenzio e Stella accanto a lui, tace anche lei, perduta in chissà quali pensieri.
“ Ma in che guaio mi sono messo?” Continua a ripetersi in silenzio, ma intanto guida veloce, quasi smanioso di arrivare. A questo punto che altro da fare ci sarebbe ormai?
Si è fatto intrappolare in un segreto.
La casa è immersa nel verde. E’ un vecchio casolare di campagna, di pietra, un po’ decrepito.
Nella luce rossa del tramonto, ha perfino un aspetto inquietante.
Davanti alla porta, una range rover parcheggiata.
Bussano. La porta si apre, e l’oscurità nell’interno a tutta prima li rende ciechi.
La tentazione è quella di voltare le spalle, lasciare la donna sulla soglia e andarsene di corsa.
La tentazione è continuare a perdersi in quella botta di vita dell’adrenalina che scorre nelle vene, accendendole di sconosciuti bagliori.
Nella casa c’è un uomo. Nella penombra Alibar non riesce a vederlo bene in viso. E’ alto, slanciato senza essere magro. Se ne sta appoggiato con le spalle alla finestra e aspetta. Aspetta Stella.
“ E questo chi sarebbe?” Chiede indicando Alibar. “ Te ne sei trovato già un altro?”
“ Non essere idiota Nero. Mi ha solo accompagnata.”
“ E che, avevi paura di venire sola?” Ma Stella non ha paura di nulla, Alibar lo sente, e allora perché gli ha chiesto di accompagnarla dal suo amante? Perché quest’uomo non può essere che un amante, per il modo che ha di parlarle, la voce carica di desiderio e di possesso.
Sono distanti eppure fra loro c’è come un’ondata di calore che avvolge i loro corpi unendoli in un abbraccio invisibile.
Alibar guarda Stella e come in un sogno gli sembra di vederla fra le braccia dell’uomo, accettare ricambiandoli i suoi baci e le sue carezze…intanto Stella continua a parlare.
“ Devi restituirmi le mie lettere Nero, sono venuta per questo. Lo sapevi che non poteva durare.”
“ Certo, lo sapevo che tu hai sempre bisogno di carne nuova, di nuove emozioni che ti riscaldino il cuore morto che hai…ma quello lì non può certo dartele ( e continuava a indicare Alibar)quello lì non ha neanche il fiato per parlare.” Non far rumore Alibar
Intanto l’uomo continuava, la voce arrochita dalla collera.
“ Ma li conosce lui i tuoi vizi segreti? Non ci credo proprio, con quell’aria da santo che ha.”
“ Smettila Nero. Ridammi le lettere e facciamola finita.” Lo interrompe Stella con voce dura.
“ Perché non gliele fai leggere?Scommetto che rimarrebbe sconvolto a vedere di cosa è capace la tua piccola mente perversa…”
“ Basta !” Si sentì in dovere di intervenire Alibar
“ Ma guarda ha anche la voce, l’amico!” Esclamò l’altro ironico. Nella penombra della stanza Alibar si sforzava di vederlo bene. L’uomo aveva un che di familiare e anche il suo nome… “ E tieni le tue maledette lettere!” Esclamò quello ad un tratto, tirando fuori dalle tasche dei pantaloni fogli di carta accartocciati e gettandoli con rabbia addosso a Stella.
“ Hai cancellato tutte le mail?” Chiese lei, poi senza aspettare risposta gli si avvicinò.
“ La tua maledetta gelosia ha rovinato tutto. Stavamo così bene insieme…” Nel dirlo, gli fu vicinissima e Alibar sentì nella sua stessa carne, l’ascendente che quella donna aveva ancora sul suo amante. Ora lei si era alzata sulla punta dei piedi e lo stava baciando, incurante di Alibar che li guardava.
Non far rumore Alibar, non disturbare. Ora in quella casa sconosciuta, Alibar si chiedeva cosa ci facesse con quest’uomo e questa donna che certo avevano molte cose da dirsi. Cose che lui non doveva sentire e soprattutto non voleva sentire.
Era stata una pazzia accompagnare Stella, ma lei gli piaceva così tanto con quella sua carnalità sfrontata tanto contrastante con tutto ciò che lui credeva, con tutto ciò per cui aveva vissuto o non vissuto. Perché era questo il punto forse. Non vivere, vivendo.
Le donne nella sua vita erano state pallide ombre, come sua madre lo era stata per suo padre.
Tutto era stato una pallida ombra, una minestra annacquata e insipida. E adesso, alle soglie della maturità, sentiva di aver sprecato tutti i suoi talenti, sempre che ne avesse avuti e che non ci sarebbero state altre occasioni. Ma Stella era così solare, così piena di vita, e quando gli sorrideva da lontano, era come sentire un calore in fondo al cuore.
L’uomo e la donna continuavano a baciarsi, poi Stella si distaccò e con una punta di rimpianto nella voce disse.
“ Addio, Nero.” L’uomo non rispose. Lei rimase a guardarlo ancora un po’, poi si volse e come un automa si diresse verso la porta, seguita da Alibar.
Sulla strada del ritorno, Alibar non trovava le parole.
Ogni tanto la guardava. Il suo profilo misterioso che si stagliava contro il vetro della macchina, era illuminato dalla pallida luce della luna.
Erano soli in mezzo a una campagna indifferente. Chissà lei cosa pensava.
Poi si accorse che stava piangendo. Piccole lacrime veloci scendevano lungo le sue guance.
Fermò la macchina.
“ Dai, non fare così.” Le sussurrò.
“ Io lo amo capisci? Ma con lui non posso continuare. La sua assurda gelosia, come se io potessi essere solo sua ma, non posso…”
“Infatti come imprigionare il vento? E tu sei come il vento vero Stella? Sfiori tutte le cose, le trascini nel tuo vortice, ma non ti fermi mai.” Era questo che avrebbe voluto dirle, ma non lo fece. Gli mancò il coraggio di penetrare nella fragilità di lei, di cogliere il fiore della sua tristezza che lei inconsapevolmente gli stava offrendo.
Continuava a guardarla, senza trovare parole da dirle, in quella occasione unica e irripetibile che, lo sentiva, non si sarebbe più presentata.
Dovette accorgersene anche lei, perché fece un gesto di impazienza e la sua voce era carica di delusione quando disse:
“ Dai, metti in moto. Riportami a casa.”
Alibar fu preso da una rabbia feroce contro se stesso e contro di lei, contro la sua bellezza sfrontata che lo intimidiva, e contro le parole di sua madre” Non far rumore Alibar” e la sua possessività gelosa che aveva ucciso la vita dentro di lui.
Cercò di parlare ma dalla sua bocca non uscì alcun suono, per quanto si sforzasse.
Sembrava che la sorgente delle parole si fosse definitivamente seccata dentro di lui e senza parole perfino i pensieri divennero una massa informe, aggrovigliata e indistinguibile.
Stella intanto lo guardava stupita e forse vagamente impaurita.
“ Che hai Alibar? Che ti succede?”
Ma lui continuava a muovere le labbra dalle quali non usciva alcun suono, prigioniero per sempre del silenzio che altri avevano scelto come suo destino.
Non far rumore Alibar.
E poi d’un tratto gli esplose nel cervello il desiderio inconsulto di far tacere la voce di Stella che continuava a ripetergli:
“ Ti prego, riportami a casa, mi fai paura. Che ti succede? Io non credevo che tu…per favore non farmi del male…”
Che male posso farti Stella se ti amo più della vita, avrebbe detto Alibar se avesse avuto ancora parole e non quel silenzio che gli esplodeva dentro come un vortice che inghiottiva tutto.
E nemmeno si accorse di stringere le mani intorno al suo collo sottile. Di chiuderle la bocca con un gesto violento che continuò fino a che lei smise di dibattersi e rimase immobile, la gonna rialzata sulle cosce bianche…

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