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lunedì 30 aprile 2012

SILVIA




“La vita non ha senso. Anzi è la vita che ci da un senso. Sempre che la lasciamo parlare. Dobbiamo ascoltarla la vita.” (Alda Merini)



In certe notti, quando l’aria calda dell’estate, si insinua fra gli scuri chiusi al sole inclemente, me lo chiedo, sai, se ti ricordi ancora, Silvia, il tempo lontano della tua giovinezza  ingenua e spavalda.
Quando la bellezza dolce del tuo viso di ragazza era tutta nello sguardo acceso di quella luce che solo la timidezza riusciva appena ad appannare.
Eri così allegra allora e ti ridevano gli occhi quando persa nei tuoi pensieri segreti escludevi il mondo intorno.
Così ti ricordo, a canticchiare piano una canzone, le labbra socchiuse. Affacciata al balcone, guardavi la gente passare e la vita intorno. Oppure china sui libri di scuola, ti mordicchiavi le labbra pensierosa, fantasticando sull’avvenire vago che ti aspettava, oltre quella tua giovinezza distratta e spensierata.
Dal palazzo di fronte, dove abitavo nei lontanissimi anni dell’università, potevo vedere chiaramente la tua stanza e quello che non vedevo, immaginavo.
Certe volte mentre sudavo sui miei libri per qualche esame particolarmente difficile, era un dolce sollievo sentire la tua voce delicata cantare sommessa una canzone. Prima di te amai il suono di  quella voce che spazzava via la mia nostalgia per gli affetti lontani che avevo lasciato al paese e la malinconia della solitudine dei miei giorni in quella città sconosciuta ed estranea.
La vita allora ci sembrava Silvia mia, uno sconfinato oceano di promesse e negli sguardi che ci scambiavamo e nei sorrisi, scivolavano i giorni e ci sembrava che tutto fosse possibile.
Il futuro era lì a portata di mano. Bastava soltanto allungare le dita ed afferrarlo.
Quante volte ho sognato di amarti Silvia. Di affondare le dita nella massa bruna dei tuoi capelli e sciogliere il mio sguardo dentro il tuo…Mancava solo l’occasione, la mia timidezza era pari alla tua.
Ma non  avevo dubbi che sarebbe accaduto. Allora non avevo dubbi su nulla. Era soltanto questione di tempo e noi di tempo ne avevamo tanto…
Così credevo e invece…
Invece un giorno qualunque di un autunno tardivo, smettesti di affacciarti al tuo balcone. La tua voce smise di risuonare in quelle stanze rese familiari dalla mia immaginazione.
Come un sogno alle prime luci dell’alba, svanisti dall’oggi al domani. Al tuo posto, dopo un tempo lunghissimo una famiglia con bambini chiassosi che litigava spesso, prese in affitto quella che era stata la tua casa.
Dopo i primi giorni di sconforto, in cui non trovai però il coraggio di chiedere notizie ai vicini, cominciasti a sbiadire nei pensieri. Il tempo passava in fretta fra un esame e l’altro; la laurea arrivò e con essa, il momento della mia partenza.
Ancora mi sembrava allora di avere la vita stretta nei pugni. I progetti erano chiari quasi quanto i miei sogni e non avevo dubbi che li avrei realizzati tutti.
La giovinezza è il dono che il demonio ci fa per condannarci nella vecchiaia a vivere di rimpianti.
Con parole ingannevoli ci sussurra promesse che poi non manterrà.
Così pensai il giorno che per caso, uscendo di casa, preso dai preparativi per la mia prossima partenza, ascoltai senza volere la conversazione di due anziane donne che abitavano nel tuo palazzo.
Parlavano di te, di quello che ti era accaduto senza che io ne avessi avuto il pur minimo sospetto.
Un sabato notte come tanti, tornando da una festa, in macchina con degli amici, avevi avuto un incidente gravissimo. Di quanti eravate nell’auto quella notte, ne sopravvisse uno solo e non eri tu…
Dopo, sotto il peso insopportabile del dolore, la tua famiglia aveva deciso di trasferirsi altrove ma io non mi ero accorto di nulla, tanto è cieco l’egoismo della giovinezza.
Chissà cosa pensasti quando la macchina volò impazzita fuori strada e lo schianto ti uccise. Chissà se ti giunse improvvisa e crudele la consapevolezza assoluta che la tua giovinezza e la vita stessa finivano quel giorno e non ci sarebbero stati più per te sguardi e sorrisi di ragazzi, carezze sfrontate, baci e sogni, e l’amore che tanto forse avevi sognato nel breve tempo della tua vita sfortunata, ti sarebbe stato negato per sempre…
Non ho mai saputo dove riposi, sogno perduto della mia gioventù tradita. Posso solo immaginare la tua immagine di smalto in cui lo sguardo fisso insegue oramai il solco smisurato dell’infinito nulla che ci aspetta tutti. 
Non avrei saputo dove cercarti Silvia, o non ho voluto. E tu comunque non mi hai aspettato…
La tua giovinezza spezzata, ha fissato per l’eternità nel ricordo, la tua bellezza intatta, sottratta all’ingiuria del tempo. E così mi piace ricordarti, ora che sono un vecchio signore con pochi capelli e grigi. Ora che i miei  occhi vedono il mondo intorno offuscato come coperto da un velo di polvere, mentre l’unica cosa vivida sono i ricordi.
Neanche per me Silvia, la vita ha mantenuto le promesse. Forse l’inganno fu anche più crudele perché negli anni rimasi a guardare come i miei sogni svanivano ad uno ad uno ed i progetti fatti si sgretolavano tutti nella polvere di un’esistenza banale e senza slanci.
E mentre la tua vita, esplodendo in un groviglio di attimi improvvisi e imprevedibili, ha permesso alla morte di sottrarti all’onta e al dolore della disillusione, negandoti con equanime indifferenza, sia gioie che dolori, io li ho vissuti tutti, rimpiangendo le prime e portando le cicatrici dei secondi.
E così ancora oggi, quando l’estate irrompe come allora nell’autunno della mia vita, io ti ricordo.
Quanti pensieri dolci, che speranze, che sogni, Silvia mia! Quanto pieni di luce ci apparivano la vita e il destino! Quando ci penso mi sento dentro un grumo di sottile dolore e il senso aspro di un disinganno senza sollievo. Perché i giorni scivolando nei giorni, stanno consumando il mio tempo e non ci sarà ritorno né rivincita possibile.
Il gioco crudele e impassibile di una divinità indifferente che promette ciò che non manterrà, questa è la vita. E la speranza è un’abitudine…

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