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domenica 14 ottobre 2012

SE SOLO NON FOSSE COSI’ BUIO




"Se solo non fosse così buio!"
 Pensava la donna. Ma c’era un sole freddo da giornata d’inverno. C’era un sole freddo e una strana aria immobile come di attesa.
Lui nella stanza vicina stava dormendo. Sembrava così innocuo in quel momento come un bambino troppo cresciuto.
La donna aspettava. Aspettava che si svegliasse. Perfino nel sonno la presenza di lui era incombente e la paralizzava.
Sembrava così facile fare qualunque cosa, prendere un libro ascoltare la musica.
Sembrava così facile vestirsi ed uscire per una passeggiata oppure telefonare ad un’amica.
Sembrava…eppure se ne stava li ferma a non far nulla, le mani in grembo, paralizzata dall’attesa che lui si svegliasse.
Come se lui anche nel sonno la stesse osservando, ne stesse controllando i movimenti e perfino i pensieri.
Se solo non fosse così buio, continuava a ripetersi e si sentiva un freddo nel profondo delle ossa, come una lama di gelo che le tagliava l’anima a fettine sottili e trasparenti dove la sua immagine si sbriciolava in minuscoli frammenti.
La paura si nascondeva sotto la maschera rassicurante di una esile ansia che le sembrava facile padroneggiare, mentre non si accorgeva che come un sottile veleno le stava togliendo la vita.
Lui aveva quel modo di chiuderla in una prigione di silenzi minacciosi e ostili oppure di usare le parole per confonderla.
Parole che non dicevano nulla, che si aggrovigliavano in discorsi privi di ogni logica ma dette talvolta con tono tranquillo, quasi rassicurante perché lei non si accorgesse che in esse mancava anche l’ultima parvenza di razionalità.
E quando la logica sparisce allora tutto diventava possibile anche che dietro a quello sguardo chiaro e impenetrabile si potesse nascondere chissà quale fantasma, chissà quale ossessione.
E poi quegli scoppi di ira improvvisa e immotivata, impossibili da prevedere, impossibili da evitare.
Bastava una parola sbagliata, un gesto da nulla e lui smetteva la sua maschera di ipocrita tranquillità per trasformarsi nel carnefice che godeva a torturarla.
E non serviva blandirlo, né assecondarlo. Non serviva cercare di instaurare con lui un minimo di confronto. Era sempre il medesimo gioco crudele.
Certo lui non alzava le mani su di lei…non ancora…bastava a soddisfarlo tenerla sempre sotto quella pressione continua di quella tranquillità apparente che per un nulla poteva trasformarsi in tempesta.
Ma non la lasciava andare. Non l’avrebbe fatto mai.
La donna se ne stava seduta nella stanza dove il sole aveva lasciato il posto all' oscurità che scendeva lenta e densa come fango.
Fango sopra i pensieri, fango sopra le parole irrigidite, sopra i gesti disfatti.
Se ne stava seduta e aspettava che lui si svegliasse. Che avrebbe detto ancora? Con quali parole avrebbe ricominciato a tormentarla?
O forse avrebbe finto di essere normale di fare discorsi normali, gesti normali.
Il tanfo della morte aleggiava nell’aria.
La morte dell’amore, del rispetto, dell’affetto.
Restava soltanto il cadavere putrefatto della loro storia comune, dei progetti comuni che il tempo aveva trasformato nella catena del loro reciproco rancore.
E lei perdeva se stessa ogni giorno di più, non riconoscendo in quell’essere pavido e debole in cui lui l’aveva trasformata, la donna che credeva di essere e forse era stata.
E le sembrava quasi di meritare tutto quel dolore, tutto quel disprezzo come se lei fosse stata una povera cosa e non una persona degna di essere rispettata se non amata.
Lui era così freddo! Dentro non aveva nessun calore ma solo quella rabbia gelida che traspariva dal tono della voce, dallo scatto rabbioso dei gesti, ma lei non si ribellava se non con scoppi di rabbia sterile o lunghissimi discorsi inutili.
Perché lo lasciava fare, perché non riusciva a trovare la forza il coraggio di dare un taglio netto a quell’agonia?
Lui aveva il potere di toglierle la vita e darle nel contempo un momentaneo sollievo.
Lui aveva il potere che lei gli dava di manipolarla attraverso la paura che le incuteva, facendola sentire in una trappola senza via di uscite, dove la trappola era lei stessa, la sua parte impaurita e vigliacca.
E attraverso quella paura sottile che le istillava ogni giorno, la faceva sentire sempre più indegna, sempre più inferiore, sempre più inetta.
Nel buio della stanza, lei sentì i passi di lui che usciva dalla stanza.
Il cuore cominciò a batterle come se volesse scoppiarle nel petto e lei sentì la disperazione assoluta dell’animale che sta per essere ghermito dalla fiera.
Se almeno non si fosse svegliato, se almeno avesse dormito per sempre!
Sarebbe stato più facile ucciderlo che lasciarlo. Lui aveva il potere del bene e del male, della vita e della morte.
Se solo non fosse così buio! Continuava a ripetersi la donna e chiuse gli occhi per non vederlo, e si mise le mani alle orecchie per non sentirlo e non sentire quel gelo che le spezzava le ossa, e la vita…

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